di Gian Carlo Salvoldi (già componente Commissione difesa della Camera dei Deputati)
Il dibattito sulla nonviolenza è balzato sulle prime pagine dei quotidiani, imponendo a tutti una riflessione e una scelta: era ora, ed è molto bene che questo avvenga. La nonviolenza, accolta e praticata dalla larga maggioranza dei giovani impegnati sui temi della globalizzazione, non si è imposta al dibattito per le sue valenze positive, ma perché alcuni leader di movimento l'hanno rifiutata. In tal modo, tuttavia, essa ha conseguito due vantaggi di eccezionale importanza. Innanzitutto è entrata nuovamente e con forte risonanza nel dibattito culturale e politico. Ma il dato più importante è la chiarezza che finalmente si può fare sul rapporto tra iniziative dei movimenti e nonviolenza. L'area dell'associazionismo giovanile era uscita con le ossa rotte dall'esperienza del G8 di Genova, perché buona parte dell'opinione pubblica aveva fatto di ogni erba un fascio e condannato tutti i partecipanti. Il movimento non è mai stato uno solo e a Genova la maggioranza nonviolenta ha commesso un grave errore di generosa ingenuità aprendo a tutti: e così al suo interno sono entrati a tradimento perfino i black-bloc. Ne è stata così la prima vittima, ritrovandosi schiacciata nella tenaglia di questi provocatori e di quelli presenti tra le forze dell'ordine. Ora gli opportunisti che avevano avuto un atteggiamento ambiguo sul tema centrale della nonviolenza hanno chiarito la loro posizione. Ciò permette alla maggioranza di proporre la scelta nonviolenta come discriminante per la partecipazione al dibattito e alle iniziative per la giustizia e la pace nel mondo. E ne potrà trarre grande vantaggio anche la discussione sul tema della guerra e della pace che ha lasciato negli ultimi anni molti nodi insoluti. Fino ad oggi il pacifismo, condizionando anche i nuovi movimenti sulla globalizzazione, è rimasto quello nato durante la guerra fredda, caratterizzato molto da scelte politiche forti e legittime ma per loro natura parziali. Pacifismo dunque insufficiente per chi considera la pace un bene assoluto, da perseguire come fine e non come mezzo per il conseguimento di vantaggi politici o partitici. Durante la guerra del Kossovo, come durante l'occupazione della basilica della Natività a Betlemme, abbiamo dovuto registrare la presenza di un tipo di pacifismo del secolo scorso, impegnato in logiche di parte. Infatti uno schieramento a favore della pace doveva vedere l'interposizione tra l'esercito israeliano e i Palestinesi per impedire crimini di guerra, ma allo stesso modo l'interposizione tra i kamikaze criminali e la popolazione ebraica innocente, ad esempio scegliendo di stare, e dichiarandolo alla stampa, sugli autobus, nei supermercati, nelle discoteche e nei bar. Per quanti vogliono essere tra i beati costruttori di pace, e di pace per tutti, è illuminante la lettura di un libro di autori vari uscito da poco, a cura di Valentino Salvoldi, intitolato "Si può ancora essere pacifisti? Interrogativi dopo l'11 settembre" (editrice Ancora). A quella domanda la mia risposta è "sicuramente sì", ma altrettanto sicuramente in modo diverso da come si è fatto fino ad ora. I costruttori di pace assumono la nonviolenza come principio morale ispiratore del loro pensiero e come metodologia del loro agire, nella convinzione che il mezzo deve essere il più possibile omogeneo ai fini. Chi ama la pace e la giustizia deve trovare il modo di far crescere questi beni senza che l'uno vada a scapito dell'altro: non si può rinunciare alla pace e fare la guerra per affermare la giustizia, come non si può rinunciare alla giustizia accettando l'oppressione per conservare la pace. Frequentemente i due valori confliggono e sembrano incompatibili. E la sfida sta proprio qui. Sfida all'intelligenza, ai principi morali e alla politica. Diversamente dalle guerre classicamente imperialiste, come quella degli Usa in Vietnam, o quella dell'Urss in Afghanistan, quest'altra in Afghanistan come quella del Kossovo hanno avuto come motivazione, anche se molte volte pretestuosa, il dovere dell'ingerenza umanitaria per ristabilire il diritto calpestato. Ma il ristabilimento del diritto attraverso la guerra è problematico: per alcuni può anche essere accettabile, ma per altri, cui la guerra ripugna, no. Nelle assemblee cui sono stato invitato dopo l'11 settembre, ho incontrato molte persone contrarie alla guerra per motivi di fede o politici o umanitari, che però si piegano ad accettarla con sofferenza, ritenendola un male inevitabile in determinate situazioni estreme. E invece non è così. Credo che una soluzione possibile sia quella che, nel mio contributo al libro citato, definisco "ingerenza umanitaria armata". E' l'ipotesi di ricorrere alle armi per servire la giustizia e la pace. Si tratta di conservare la purezza e la radicalità dei principi ideali mettendoli in condizione di produrre i più copiosi frutti possibili in un determinato tempo e luogo. E' fondamentale distinguere il concetto di guerra da quello di uso della forza, perché credo che l'imbracciare un'arma non significhi automaticamente fare la guerra, compiere un'aggressione e schierarsi fra i violenti. Definirei guerra quella intesa come ricorso all'uso di armi nucleari, batteriologiche , chimiche, i bombardamenti a tappeto, la collocazione di mine antipersona, l'uso terroristico di reparti regolari o irregolari, l'utilizzo di tecnologie che distruggono in modo permanente o temporaneo le fonti di vita e di sviluppo delle popolazioni e le diverse forme di vita del pianeta. Definirei invece "uso della forza", da praticare sotto la guida di un'autorità internazionale riconosciuta come l'Onu, il legittimo ricorso alle armi volto a neutralizzare eserciti o bande irregolari che minaccino azioni di genocidio contro un Paese o contro una minoranza etnica, religiosa o politica. L'uso della forza, oltre ad essere il mezzo estremo dopo che siano fallite tutte le possibili alternative, deve anche essere calibrato sul livello più basso possibile necessario e sufficiente a ottenere lo scopo, e deve essere proporzionale all'entità della minaccia che viene portata. La proporzionalità, oltre a rispondere a un principio di equità da applicarsi anche all'avversario aggressore, garantisce di mantenere una posizione rigorosamente difensiva, e mette al riparo dal rischio di scivolare sul piano inclinato dell'escalation che facilmente manda fuori controllo i conflitti. L'uso della forza deve avere carattere preventivo e mai di ritorsione. Ne deriva che l'aspetto militare dell'intervento in Afghanistan era proponibile come azione doverosa di ingerenza umanitaria volta a strappare le armi dalle mani degli assassini che minacciano gli innocenti e i diritti umani che spettano a ogni persona e a ogni popolo. Disarmare l'avversario può essere azione che si inscrive nella logica della nonviolenza, mentre distruggere il nemico è azione di guerra, da ripudiare. Sono consapevole delle molte obiezioni che mi si possono fare, ma vorrei ricordare un'esperienza che ho vissuto come parlamentare in occasione della approvazione della legge sul commercio delle armi. Alla fine degli anni Ottanta, l'Italia era il quarto Paese esportatore di armi al mondo. Il Parlamento decise di regolamentare la materia nelle modalità note, e io ho fatto approvare l'articolo che vieta l'esportazione di armi nei Paesi in stato di guerra. Un amico nonviolento, contrario in assoluto a ogni tipo di rapporto con le armi, mi rimproverò di aver fatto una pessima scelta perchè in tal modo avevo avallato e legittimato l'attività dei mercanti di morte. Nel 2001 l'Italia risulta essere al quattordicesimo posto tra gli esportatori di armi al mondo. Il mio cos'è stato? Un tradimento della purezza dei principi della nonviolenza o un successo della causa della pace? Ciascuno può legittimamente valutare come vuole ma io, se dovessi tornare indietro, mi comporterei allo stesso modo e così facendo mi sentirei pienamente fedele alla nonviolenza, non astratta e ininfluente sulla realtà, ma politicamente incisiva e rilevante. La nonviolenza è una filosofia e un'etica dai tratti religiosi. Il nonviolento, di fronte a qualsiasi tipo di aggressione contro lui o contro altri, può decidere, per impegno di coerenza e rigore morale, di non impugnare neppure un bastone per difendersi o di difendere, e in quest'ottica può anche decidere di donare la vita per non abbandonare un suo simile nella mani di un aggressore assassino. Ma la questione non può porsi negli stessi termini per lo Stato. Esso è soggetto a un'obbligazione politica in base alla quale deve garantire la difesa e la sicurezza dei cittadini. Nella prospettiva internazionale gli Stati sono tenuti, qualora fosse sancito il principio dell'ingerenza umanitaria in difesa di cittadini oppressi di altri Paesi, a garantire la loro sicurezza con l'uso della forza armata nei termini che ho prima indicato. In tal modo credo sia possibile ottenere il risultato di trasferire la pratica della nonviolenza dal livello personale a quello dello Stato, e consentirle di diventare incisiva ed efficace politica di pace.
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